E' possibile tracciare, per Reiki, una linea di discendenza e di sviluppo da tradizioni e pratiche già esistenti, oppure si tratta di una disciplina del tutto nuova?
Per cercare una risposta a questa domanda proviamo a tratteggiare quale fosse la dimensione spirituale del Giappone all'epoca di Usui, ossia verso la seconda metà del XIX Secolo.

Nell'VIII secolo dopo Cristo le divinità Scintoiste si fondevano con le divinità Buddhiste, i Buddha e i Bodhisattva venivano venerati accanto ai Kami, ossia gli Esseri di Luce.
Sacerdoti itineranti chiamati Yamabushi, ossia "Monaci delle Montagne", amministravano il culto, con rituali e pratiche che risultano una mescolanza di Shintoismo e Buddhismo.
[Nota: gli Yamabushi ricercavan il "Kantoku", lo "Stato di Illuminazione" attraverso vari rituali di iniziazione, di pratiche sciamaniche, di danze e canti estatici. Erano soliti meditare sulla cima delle montagne sacre o presso le cascate e in quei luoghi erano soliti costruire templi per il culto.]
Nella Medicina Tradizionale Giapponese (derivata dalla Medicina Tradizionale Cinese) sono ben note numerose posizioni di "Teate" (guarigione con il palmo delle mani) per canalizzare il Ki o Chi (energia vitale).
Nelle arti marziali il Teate vien praticato in varie scuole e Mikao Usui stesso sembra essersi lungamente dedicato alla disciplina del Jujutsu/Kenjutsu.
Inoltre fin dall'inizio dell'800 in Giappone vi fu una grande diffusione di un movimento noto come "Reijutsu", di derivazione Shintoista, avente come scopo il miglioramento della salute fisica e mentale.
Anche il Qi-Gong prevede tecniche manuali di trasmissione dell'energia e molte altre tecniche, fra cui rituali, esorcismi e preghiere che venivano praticate da innumerevoli guaritori, soprattutto nelle campagne o negli strati più poveri della popolazione.
Esistevano inoltre ai tempi di Usui numerose sette religiose che si riunivano intorno ad un leader carismatico solitamente dotato di poteri di guarigione.
Da alcune fonti risulta che Usui sia stato Buddhista Tendai, altri ritengono che egli abbia fatto parte della Scuola Shingon dell'Ordine Mikkyo. Ma queste sono solo ipotesi, quello che è probabile è che  uno studioso, un ricercatore spirituale e praticante di arti marziali conoscesse bene le tradizioni religiose del proprio paese, del proprio popolo e della propria epoca.
E' verosimile a questo punto ritenere che ciò che Usui fondò fosse un sistema Filosofico-Spirituale, una pratica per la Guarigione del Corpo e della Mente basato su elementi tradizionali e nel contempo su una personale esperienza di vita, di studio e di pratica ascetica. 

Shintoismo

Diffusione e localizzazione geografica
Lo Shintoismo è praticato quasi esclusivamente in Giappone. È molto difficile stimare il numero complessivo degli shintoisti in quanto si può essere shintoisti e, contemporaneamente, aderire al Buddhismo. Secondo alcune fonti vi sono circa 100 milioni di giapponesi che praticano una combinazione di Shintoismo e Buddhismo.
Cenni storici
Lo Shintoismo è la religione autoctona del Giappone e non ha fondatore. In origine, lo Shintoismo era il frutto della mescolanza di riti, miti, credenze, tecniche divinatorie, usi e costumi profondamente radicati nella vita quotidiana del popolo giapponese. Dapprima tale complesso di pratiche e di credenze non portava nessun nome e, soltanto con l'avvento del Buddhismo in Giappone (nel VI secolo), venne ad essere distinto con il nome di shinto (che significa "via degli dei").
Dal VI all'VIII secolo lo Shintoismo e il Buddhismo coesistettero pacificamente in Giappone, ma poi lo stato di simbiosi si tramutò addirittura in fusione. Nel XII secolo, lo Shintoismo si combinò anche con il Confucianesimo.
Separato dagli altri culti a scopo politico, nel 1868 lo Shintoismo divenne praticamente la religione di Stato.
Nel Giappone contemporaneo non gode più di tale posizione privilegiata, in quanto l'attuale Costituzione garantisce a tutti i Giapponesi l'assoluta libertà religiosa.
Principi fondamentali
La filosofia di vita shintoista ruota intorno all'idea che vi sia un'armonia profonda tra gli esseri umani, la natura, e le numerose divinità che popolano l'universo.
Gli esseri divini si chiamano kami, sono generalmente benigni e proteggono coloro che si rivolgono a essi. I kami si identificano con numerosi oggetti naturali (montagne, ruscelli, animali, alberi, ecc.), con alcuni personaggi mitici o storici e con gli antenati.
Secondo la mitologia shintoista del Kojiki e del Nihon shoki, la famiglia imperiale (il cui primo imperatore è ritenuto Jimmu Tenno) discende direttamente dalla dea del sole Amaterasu, considerata come capostipite.
Testi sacri
Sebbene lo Shintoismo non abbia dei veri e propri testi sacri, vi sono alcuni libri che raccolgono i miti e le tradizioni religiose del popolo giapponese: tra questi, i principali sono:
il Kojiki ("Memorie degli avvenimenti dell'antichità"), e il Nihon shoki ("Annali del Giappone"), scritti nell'VIII secolo, in cui si trova la storia del Giappone dalla sua creazione - per opera della coppia divina, Izanagi (maschio) e Izanami (femmina) - all'anno 697.
Lo Shintoismo convive facilmente con le altre religioni e, difatti, molti shintoisti sono contemporaneamente devoti al Buddhismo. Si tratta di una religione che non incoraggia il proselitismo poiché è considerata inadatta ai popoli non Giapponesi.

Taoismo

Diffusione e localizzazione geografica
Al mondo vi sono circa 20 milioni di taoisti, concentrati soprattutto in Taiwan.
Cenni storici
La tradizione attribuisce la nascita del pensiero daoista (o taoista) a Laozi (Vecchio Maestro, che un tempo in Occidente era noto come Lao Tze), una figura leggendaria che sarebbe vissuta nel VI secolo a.c.  Si dice che Laozi nacque vecchio dopo ottantun anni di gestazione e che, allontanatosi dalla città di Luoyi (la capitale della dinastia degli Zhou orientali), si diresse verso i paesi d'Occidente sul dorso di un bufalo per diffondere la sua dottrina presso i popoli non cinesi. A Laozi si attribuisce la compilazione di uno dei principali testi del Daoismo filosofico, originariamente noto come Laozi, e in seguito chiamato Daodejing. Altri importanti filosofi daoisti furono Zhuangzi (IV secolo a.c.) e Liezi (IV secolo a.c.), ai quali vengono attribuiti testi, in realtà in gran parte compositi, in cui emergono diversi aspetti del pensiero daoista.
Come religione organizzata, il Daoismo è documentato solo a partire dal II secolo dell'era comune, anche se il Daoismo religioso affonda le proprie radici in pratiche magiche molto più antiche.
Durante il III e il IV secolo il Buddhismo Mahayana si diffuse capillarmente in Cina durante un periodo di estrema instabilità politica (il paese fu prima frazionato in tre stati e poi diviso in due: al nord regnarono dinastie straniere e al sud dinastie cinesi). Fu allora che i daoisti cominciarono a organizzarsi come chiesa, prendendo a modello le istituzioni e i riti buddhisti; il Buddhismo, da parte sua, trovò nella terminologia daoista il veicolo adatto per esprimere concetti estranei alla lingua e alla mentalità cinesi.
Dal secolo IV in poi la chiesa daoista fu rigidamente articolata secondo vari livelli (a quelli inferiori c'erano anche donne, che godevano di relativa eguaglianza rispetto agli uomini). Un secolo dopo è documentata l'esistenza di quello che viene popolarmente definito il "papa daoista" (Tianshi: "Maestro celeste" ), del quale l'ultimo discendente è vissuto fino a non molto tempo fa: una figura che nello stato cinese non ha mai avuto particolari riconoscimenti.
Principi fondamentali
Secondo il pensiero daoista (che in questo non si discosta da quello confuciano) esiste un'armonia universale che lega tutti i livelli del cosmo: terra, uomo e cielo.
Il principio su cui si fonda il Daoismo è il Dao (o secondo un altro sistema di trascrizione Tao), termine di difficile interpretazione, tanto che un verso del Daodeing recita: "Il dao che può essere definito col nome non è il dao costante". Il Dao, che è presente in ogni cosa e la condiziona, è un flusso vitale che ha dato origine a tutto, e che scorre incessantemente, mutando sempre e rimanendo sempre lo stesso.
Associata al dao è la concezione dello yinyang. Yin e yang sono i due princìpi che mantengono l'ordine naturale del dao: yin è il principio femminile, passivo ed oscuro, identificato con la luna; yang il principio maschile, attivo e luminoso, identificato con il sole. Yin e yang sono opposti e complementari tra di loro, relativi (si può essere yin sotto un certo aspetto e yang sotto un altro) e non antitetici, tanto che nella pienezza dell'uno è implicita l'origine dell'altro. Il loro alternarsi determina tutte le cose.
L'obiettivo del Daoismo filosofico è quello di raggiungere la santità, lo stato di perfetta armonia con il mondo naturale, uno stato che si acquista uniformandosi ad esso tramite meditazione ed estasi, che permettono l'identificazione con il dao. La natura non deve essere alterata dall'azione umana, e per questo il daoista pratica e predica il "non agire" (wu wei) in tutti i campi (anche in quello politico), non lasciandosi turbare né dai mutamenti, né dalla morte. Nel Zhuangzi è messa in risalto anche la necessità di non fare distinzioni, di raggiungere lo stadio di una "non conoscenza", la quale si ottiene solo dopo aver conosciuto.
Come religione popolare, il Daoismo mise in atto diverse pratiche per potenziare e per rendere immortale il corpo: diete alimentari di vario tipo (inclusa l'ingestione di prodotti ottenuti tramite ricerche alchemiche), tecniche respiratorie (come lo yoga cinese), ginniche, sessuali, e contemplative.
Nelle numerose leggende daoiste, un posto di rilievo è assegnato ai cosiddetti "Otto Immortali" (Baxian), un gruppo di personaggi (uomini e donne) che, avendo ottenuto in vita poteri soprannaturali, sono stati santificati dopo morti. Oltre agli Immortali, e accanto a Laozi - identificato spesso con Huanlao (Il Vecchio Giallo), uno dei cinque creatori del cosmo, "c'è un numero elevatissimo di divinità eterogenee, organizzate gerarchicamente, come i protettori di mestieri e dei fenomeni atmosferici; gli spiriti degli elementi della natura; le anime di diverse località (cimiteri, luoghi, guadi, strade); i demoni; le anime degli impiccati, degli annegati e degli antenati; i santi daoisti, confuciani e buddhisti, eccetera".
Il canone
Il Daozang (il cosiddetto canone daoista) comprende diversi testi, tra cui i più noti sono:
il Daodejing, o "Classico della via e della virtù", che ci è pervenuto in una versione del IV secolo a.c.: composto da due parti (Daojing e Dejing), suddivise complessivamente in 81 sezioni, contiene riflessioni sul mondo e consigli al sovrano;
il Zhuangzi (probabilmente anteriore al Daodejing): opera di notevole valore letterario, compilata in parte dal filosofo da cui trae il nome, i cui 33 libri, scritti con stile brillante e vivace, sono costituiti da saggi su argomenti specifici, aneddoti, dialoghi, allegorie, e fiabe, e in cui vi sono frequenti attacchi al Confucianesimo;
il Liezi, in parte simile al Zhuangzi, che fa riferimento a esseri soprannaturali o a personaggi di epoche mitiche.
Tra le fonti non specificamente filosofiche, e che si ricollegano alla popolare ricerca dell'immortalità, la più nota sicuramente è il "Baopuzi" ("Il maestro che abbraccia la semplicità") di Ge Hong (284-364 d.c..) in cui, attraverso leggende sugli Immortali, si evidenziano pratiche di varia natura che dovevano procurare l'illimitata sopravvivenza del corpo.
Rapporti con le altre religioni

Come dottrina filosofica, il Daoismo si pone in antitesi rispetto al formalismo del sistema confuciano. Nella pratica, i cinesi hanno operato una sorta di mistione tra Confucianesimo, Daoismo e Buddhismo.

Confucianesimo

Diffusione e localizzazione geografica
Il Confucianesimo (termine usato la prima volta dai gesuiti nel XVII secolo) è uno dei tre credi della Cina (gli altri due sono il Daoismo e il Buddhismo). Fuori dalla Cina, la principale comunità confuciana si trova nella Corea del Sud.

Cenni storici

Confucio (termine usato in Occidente per Kongfu zi, 551-479 a.c.), discendente di una nobile famiglia decaduta, nacque nello stato di Lu, in quella che è l'attuale provincia dello Shandong. Attento studioso delle antiche tradizioni, Confucio visse in un periodo di aspre lotte (vari stati si combattevano, cercando con ogni mezzo di prevalere l'uno sull'altro). Rendendosi conto che gli antichi valori stavano ormai decadendo, Confucio decise di insegnare ai giovani la saggezza degli avi. Come egli stesso dichiarava, il suo era il compito di un maestro che trasmetteva, non creava. Confucio raccolse e riordinò quindi i testi antichi, ma non scrisse niente di quanto insegnava. I suoi insegnamenti ci sono giunti solo attraverso i discepoli che trasmisero ai posteri le sue parole, e da quanti in seguito ampliarono ed integrarono (in varie maniere) gli insegnamenti del maestro. Tra questi, Mencio (Mengzi, 372-289 a.c.) sosteneva che l'animo umano era fondamentalmente buono, e Xunzi (312-238 a.c.) sosteneva che era fondamentalmente cattivo ma si poteva correggere con lo studio. Zhu Xi (1130 - 1200) introdusse concetti filosofici nella originaria dottrina confuciana, dando luogo al così detto Neoconfucianesimo, che dagli ultimi decenni del XVI secolo finì col soppiantare il Confucianesimo stesso.

Principi fondamentali

Gli insegnamenti confuciani vertono più che altro sulle norme morali di comportamento che ogni individuo deve seguire, non perché gli siano imposte, ma perché, dopo averle apprese tramite uno studio rigoroso, egli sa esattamente come deve agire nella società. Colui che segue queste norme è consapevole che la famiglia e lo stato si basano su rapporti gerarchici, che implicano il riconoscimento dell'autorità e di determinati doveri reciproci: i doveri che legano principe e ministro, padre e figlio, marito e moglie, fratello maggiore e fratello minore, amico maggiore e amico minore.
L'uomo deve praticare nei confronti dei suoi simili la rettitudine (yi), l'umanità (ren) e la pietà filiale (xiao), e adempiere ai riti (li) che scandiscono rigidamente i rapporti tra gli uomini e i rapporti tra l'uomo ed il cielo.
Non esiste la concezione del bene e del male fini a se stessi, ma è riprovevole un cattivo comportamento. Non esiste il concetto del peccato, o la concezione di un essere trascendente o di mondo ultraterreno. Esiste la società, nella quale si vive: il confuciano impara attraverso lo studio a comprendere razionalmente la realtà che lo circonda e, di conseguenza, a comportarsi nella maniera appropriata in ogni occasione, non contrastando con il suo agire l'armonia che deve esistere in ogni ambito, umano e naturale.
Confucio diceva di non essere contrario che al Cielo (Tian), inteso come essere immateriale, venisse indirizzato il culto. I riti religiosi facevano parte della vita sociale e in quanto tali andavano compiuti: il Cielo è in qualche modo il garante dell'armonia universale che, con i suoi segni di approvazione e disapprovazione, fa capire all'uomo e al sovrano qual è il giusto comportamento. Pur avendo posto particolare attenzione solo alla morale e al comportamento sociale, sin dalla metà del I secolo d.c. il Confucianesimo si arricchì di risvolti religiosi. Per un breve periodo lo stesso Confucio fu considerato una divinità, e nei templi in cui era eretta la sua statua, fu onorato con sacrifici, ma le cerimonie a lui tributate ben presto acquistarono carattere più laico che religioso. Anche sotto l'aspetto religioso il Confucianesimo si oppose a ogni forma di culto popolare in cui si credesse agli spiriti, agli esorcismi, a forme di divinazione, presentandosi come un vero e proprio culto civile di tipo comunitario, caratterizzato da riti e da preghiere, da feste e da fiere che si svolgevano periodicamente. Oggetto di un culto particolare erano gli antenati, i cui nomi venivano incisi su tavolette di legno, conservate in casa. Proprio il culto tributato agli antenati fu causa di accese polemiche in Occidente nel corso del XVII secolo: nel 1705 fu condannato dal Papato che lo giudicò idolatrico, e solo nel 1939 fu infine considerato lecito, in quanto ritenuto non di tipo religioso. In epoca contemporanea, negli anni 70 del secolo XX, vi è stata una dura critica e un duro attacco da parte dei dirigenti della Repubblica Popolare contro Confucio, ma ancor oggi il Neoconfucianesimo continua a sopravvivere in vari strati del popolo cinese.
Il canone
Il numero dei libri che rientrano nel canone confuciano non è fisso (in alcune epoche furono considerati classici alcuni testi, in altre epoche altri). Una delle suddivisioni più note è quella che fa riferimento ai "Cinque classici" (Wu Jing) ed ai "Quattro libri" (Si Shu).

Buddhismo

La tradizione vuole che il fondatore del Buddhismo, Siddharta Gautama, sia vissuto nell'India del nord, tra il VI e il V secolo a.c. Secondo l'insegnamento tradizionale, dopo avere condotto un'esistenza molto agiata al riparo dalle sofferenze, Siddharta abbandonò il lusso della casa paterna e trascorse sei anni nell'ascetismo assoluto, secondo i precetti delle più rigorose scuole induiste della "rinuncia" al mondo (vita di elemosine, digiuno, yoga, meditazione in luoghi solitari). Deluso da questa esperienza, mitigato il regime ascetico e praticando intensamente la meditazione, Siddharta raggiunse infine lo stato di suprema coscienza che fece di lui il Buddha (o "Risvegliato"). Dalla sua predicazione, e dal proselitismo dei suoi primi seguaci, si formò una comunità estranea al sistema castale, a cui tutti potevano aderire per scelta personale, che si separò gradualmente dall' Induismo.
Principi fondamentali
Partendo da alcuni concetti induisti (ma anche intervenendo su di essi in maniera radicale), come quelli del ciclo delle rinascite (Samsara), dell'anima eterna di ogni essere vivente (atman), e dell'atto con le sue conseguenze sulle vite successive (karma), il Buddhismo pone al centro del suo insegnamento la via per raggiungere la cessazione della sofferenza e la fine delle trasmigrazioni di esistenza in esistenza.
Il nucleo centrale della dottrina buddhista si articola nelle tradizionali Quattro Nobili Verità:
• la prima Nobile Verità è l'universalità della sofferenza (o dukkha): la vita è dolore, rimpianto (per ciò che abbiamo avuto e non abbiamo più), insoddisfazione (per ciò che desideriamo e non abbiamo) e inquietudine (per l'inconsistenza di ciò che abbiamo): soffriamo perché ci rendiamo conto che tutto è effimero.
la seconda Nobile Verità è che la sofferenza ha origine dentro di noi, nel nostro tentativo, destinato all'insuccesso, di cercare la felicità in ciò che è transitorio, spinti dalla bramosia/avidità/desiderio allettante (o tanha - "sete") di far nostre delle cose, o delle situazioni, che consideriamo attraenti;
la terza Nobile Verità è che potremo porre fine alla sofferenza solo se impareremo a liberarci dalla scala di valori ingannevole per abbandonare ciò che nella vita è soltanto provvisorio (i desideri, le passioni, l'idea errata che esista un "sé" permanente), estinguendo la "sete";
La quarta Nobile Verità riguarda la strada da intraprendere per avvicinarsi al nirvana (all'estinzione del ciclo delle rinascite), che il Buddha indica come "Nobile ottuplice sentiero": retto pensiero, retta intenzione, retta parola, retta azione, retti mezzi di sussistenza, retto sforzo, retta attenzione e retta concentrazione (dove "retto" significa conforme agli insegnamenti buddhisti e ai precetti esplicitati dalle varie scuole).

Testi sacri

I testi sacri del Buddhismo sono raccolti in due "Canoni" chiamati Pali e Sanscrito, in base alle lingue in cui sono stati scritti.
Il Canone Pali, proprio della tradizione Theravada, è composto da tre parti (o "canestri"):
il Vinaya Pitaka (canestro della disciplina), che contiene le regole della vita monastica;
il Sutta Pitaka (canestro della dottrina), che contiene i sermoni del Buddha;
l'Abhidamma Pitaka (canestro della filosofia), che contiene i commenti dotti alla dottrina esposta nel Sutta Pitaka.
Le denominazioni e le suddivisioni interne del Canone Sanscrito (adottato dalla tradizione Mahayana) variano molto da paese a paese, ma conservano la stessa tripartizione.
Diffusione e localizzazione geografica
Si ritiene che i buddhisti siano circa 350 milioni (il 6% della popolazione mondiale), e ciò fa del Buddhismo la quarta religione più diffusa nel mondo.
Le varie scuole buddhiste si raggruppano in due tradizioni principali, le quali divergono nel modo di intendere la dottrina del Buddha:
- il Theravada, o Insegnamento degli Anziani, corrisponde alla dottrina antica ed è praticato soprattutto in Sri Lanka, in Birmania, in Laos, in Bangladesh e in Cambogia;
- il Mahayana, o Grande Veicolo, si è sviluppato in Tibet, in Cina, in Corea, in Vietnam, in Mongolia e in Giappone. Uno degli sviluppi più originali del Mahayana è il Vajrayana, (Veicolo del Diamante), che caratterizza la tradizione Tibetana (uno dei vertici della quale è il Dalai Lama)

Il Buddhismo in Giappone

L'arrivo del Buddhismo in Giappone avviene grazie al re Coreano Kudara Song Myong che, in segno di amicizia, inviò in dono all'imperatore Kimmei Tenno, nel 552 d.C., una statua di Buddha accompagnata da vari sutra e da un gruppo di monaci per spiegarli. L'introduzione del nuovo culto fu osteggiata all'inizio ma, con l'energico appoggio dell' imperatore, si diffuse rapidamente, secondo la sua forma più completa e raffinata da secoli di adattamento a diverse culture.
Infatti in Giappone si fuse con il suo primo avversario, lo Shintoismo autoctono
(noto in Giappone come "Kami No Michi" ossia "La Via degli Esseri di Luce" ), le cui divinità  (Kami) furono "adottate" come  gli dei protettori del Buddhismo, fino a quando le due religioni diedero origine al Ryobu-Shinto (lo Shinto dalle due facce) nel quale, ad esempio, divinità nazionali come Amatarasu-omi-kami, la dea solare genitrice della dinastia imperiale venne ad identificarsi con Tathagata Vairocana.
E' di questo periodo la fondazione di due sette tantriche molto importanti:
Tendai-shu*
(cinese T'ien-t'ai)  fondata da Deigyo Daishi, o Saicho, (767-822)
Shingon-shu**
(cinese Chen yen), fondata da Kobo Daishi, o Kukai, (774-835)
Il primo si stabilì sul sacro monte Hiei, a nord est di Kyoto, l'altro sul monte Koya, a sud di Osaka.
I due monaci, che avevano studiato in Cina, accostarono il popolo Giapponese al Buddhismo attraverso un processo di nazionalizzazione e cercando di armonizzare fra loro principi esoterici, contemplazione e fede nell'onnipotenza liberatrice di Amida.
Nelle loro pratiche le due sette assunsero molti elementi del Tantrismo, tipici del culto induista di Siwa e Shakti, che a partire dall'VIII secolo si erano diffusi in Cina e nel Tibet.

Nasce lo Shugendo - letteralmente "La via della crescita psichica e spirituale"- che  includeva pratiche ascetiche, come il digiuno, la meditazione, l'uso di mantra e di mudra per raggiungere l'estasi -  e si divideva in due rami principali:
lo Onzan-ha, legato al Buddhismo Tendai ed
il Tozan-ha, facente capo alla Scuola Shingon del Buddhismo Esoterico dell'Ordine Mikkyo.
L'Ordine Mikkyo è una disciplina esoterica, il cui nome significa "Insegnamento Segreto" in quanto si basa su una tradizione strettamente orale delle informazioni e su un processo di iniziazione da parte di un Maestro .Gli insegnamenti del Buddhismo Mikkyo derivano dalla tradizione esoterica dell'India e della Cina e furono portati in Giappone a partire dal VI secolo d.C.
Furono poi i sunnominati monaci:  Kukai (Fondatore dello Shingon) e Saicho (Fondatore del Buddismo Tendai), a ordinarne i concetti centrali.

Possiamo quindi definire la dimensione spirituale Giapponese come un amalgama di elementi derivati dalla religione autoctona Scintoista, da insegnamenti popolari tradizionali pre-Buddhisti, uniti alle pratiche spirituali Sciamaniche e di adorazione delle Montagne Sacre. A ciò si aggiunge, nel tempo, la pratica del Buddhismo Tantrico Cinese, della Magia Cinese dello Yin e dello Yang, del Taoismo e infine del Buddhismo Tibetano.


[*Tendai
( Cinese T'ien-t'ai) e' una delle principali scuole del Buddhismo Mahayana, fondata dal maestro cinese Chighi (538-597) e trasmessa in Giappone da Saicho nell'805. Si fonda principalmente sull'insegnamento del "Sutra del loto" (Hokke-kyo) e, in Giappone, ha il suo centro nel monastero Hieizan di Kyoto. ]
[**La scuola Shingon (= Mantra
*) ha le sue origine nel Buddhismo tantrico dell'India meridionale, passò poi in Cina e fu introdotta in Giappone dal monaco Kukai].
Gli insegnamenti dello Shingon consistevano nello spingere il corpo fino ai limiti della resistenza, tramite una disciplina di austerità e meditazione. I seguaci di Kukai cominciavano a nutrirsi di noci e bacche e, dopo quasi tre anni, passavano a cibarsi solo della cortecce e delle radici di alcuni pini. Dopo cinque anni e mezzo, ormai ridotti a scheletri ambulanti, i monaci smettevano pressoché di muoversi e passavano la giornata a meditare. Quando erano prossimi alla morte, bevevano un infuso di una pianta, chiamata Urishi, che li faceva sudare, vomitare ed urinare in modo da eliminare tutti i liquidi. Una volta terminata questa fase, i monaci si avvelenavano con l'arsenico.]
[*
"Mantra", è un termine sanscrito che vuol dire meditare, riflettere sul divenire e sulla cessazione del divenire. È questo il reale significato di mantra: considera, esamina fino in fondo il fatto del divenire, cioè tutto quello che ininterrottamente ti accade, e metti definitivamente da parte qualsiasi attività che si basi sull’egoismo.]

                                                                                       Buddhismo zen

Una leggenda racconta che nel 520 d.C. un monaco indiano,  nativo di Kanchipuram, vicino a Madras, si recò nella città di Kuang (l'attuale Canton) dove fu ricevuto dall'imperatore Wu-di della dinastia Liang., e che da lì proseguisse per un monastero nel regno di Wei, dove trascorse lunghe ore in meditazione. Se la leggenda corrisponde a verità la sua figura sarebbe importantissima per aver creato la lotta di Shaolin e per essere stato il fondatore del Buddhismo Chan (Zen in giapponese).

Il  Buddhismo Zen arriva in Giappone intorno al 1200, accolto con molto favore soprattutto per la sua disciplina meditativa mai scissa dall'azione
Attualmente ci sono in Giappone tre scuole di Zen, che differiscono sia per la maniera di concepire l'"illuminazione" (satori), sia per la maniera di raggiungerla:

lo Zen rinzai: fondato in Cina da Linji (Rinzai, in giapponese, diviso a sua volta in una quindicina di culti) ed introdotto in Giappone dal monaco Eisai (1141-1215), mette l'accento sull'effetto di scossa psicologica prodotto dal satori e sulla meditazione del koan, come mezzo per raggiungere il satori.

lo Zen soto
:  portato in Giappone dal monaco Eihei Dogen al suo ritorno dalla Cina nel 1227 (egli fu il primo a scrivere del Buddhismo in lingua Giapponese - prima i testi sacri erano in Cinese - ), pone l'accento unicamente sul meditare quietamente seduti (zazen).
Ecco che cosa insegna Dogen nel "Ben Do Wa" ("comprendere attraverso i discorsi"):
"Il punto più importante nello studio della Via è lo zazen .... Perciò i discepoli dovrebbero concentrarsi unicamente sullo zazen e non confondersi con altre cose. La via dei Buddha e dei Patriarchi è soltanto zazen. Non occupatevi d'altro".
La Via è: Non pensare. Non cercare. Non trattenere. Non possedere. Non abbandonare.

La setta Obaku
è molto più recente (diciassettesimo secolo), molto meno diffusa e conosciuta, fu introdotta dal monaco cinese Yin-yuan.

Tre dunque sono i termini che definiscono lo zen: zazen, koan, satori.
Lo zazen consiste nel sedere su un cuscino nella "posizione del loto", cioè con le gambe incrociate, il busto eretto e tenuto perfettamente verticale, in modo che la punta del naso sia verticale all'ombelico, il capo leggermente inchinato in avanti, le mani aperte l'una sull'altra, gli occhi semichiusi e fissi su un punto. La respirazione deve farsi ordinariamente attraverso il naso, non attraverso la bocca: quando si è assunta la posizione giusta, si inspira profondamente attraverso il naso, si trattiene l'aria per un certo tempo e poi la si lascia uscire attraverso le labbra leggermente aperte, il più lentamente possibile, finché i polmoni siano completamente svuotati. Il sedere nella posizione del loto e la inspirazione ed espirazione, tranquilla e regolare, hanno lo scopo di favorire la meditazione, per la migliore circolazione del sangue e per la calma e il rilassamento che producono: cosicché, oltre a favorire la meditazione, sono giovevoli alla salute psicofisica.
Parlando di meditazione Zen, bisogna mettere da parte ogni idea occidentale di meditazione: questa consiste nel riflettere su un'idea, su un testo scritto, per cercare di comprenderlo, di vederne i nessi logici e le possibili applicazioni alla realtà concreta.
La meditazione Zen,
al contrario, consiste nel non riflettere su nulla, neppure sulle dottrine e sui testi sacri buddisti. In realtà, "lo Zen aspira ad essere Buddhismo ma tutti gli insegnamenti buddhisti esposti nei sutra e nei sastra (i trattati buddhisti) non sono per lo Zen che mera carta straccia (...).
Lo Zen non ha una filosofia, nega ogni autorità dottrinaria e respinge qualsiasi letteratura sacra come un cumulo di sciocchezze.
"Ciò che lo Zen aspira a cogliere nel suo modo più vivido e diretto è il fatto fondamentale della vita nel suo darsi (...). Una volta che l'uomo l'abbia raggiunto in profondità, una pace assoluta subentra nella sua mente ed egli vive come dovrebbe vivere", cioè "vive", "è", semplicemente.
La meditazione Zen perciò tende a porre la mente in uno stato di perfetta immobilità e incoscienza, ha   lo scopo di portare chi la pratica alla radice dell'essere, alla realtà ultima che è senza determinazioni e quindi è vacuità, al puro Sé, nel quale si dissolve l'io individuale, che l'illusione  induce a credere  essere il vero Io. Bisogna abolire ogni dualità, che è frutto di erronea immaginazione. Preconizzando il non-io, il non-pensiero, lo Zen sviluppa l'intuizione.
Il pericolo è che cercando di realizzare il vuoto mentale, ci si riempia, la testa con idee conflittuali di ogni genere. E' ciò che viene chiamato zenbyo, malattia dello zen, una sorta di nevrosi.
Il famoso monaco Hakuin ai suoi inizi, non è sfuggito a questo inconveniente.

Allora lo Zen, per abolire il pensiero logico, indica tre mezzi.
1) Il primo è lo shikantaza, praticato dallo zen soto: esso significa "stare quietamente seduti senza fare nulla". Si tratta di fare zazen di fronte a un muro: "Immobili come una roccia. / Pensate al non-pensiero. / Come pensare al non-pensiero? / Non pensando". Come fare? Non compiere alcuno sforzo per bloccare i pensieri che inevitabilmente vanno e vengono, ma lasciare che la mente si calmi e poi si fermi da sola.

2) Il secondo mezzo per abolire il pensiero è la concentrazione sulla respirazione, che può avvenire in due modi: il primo consiste nel contare i ritmi della respirazione da 1 a 10, usando i numeri dispari (1, 3, 5...) per contare le inspirazioni e i numeri pari (2, 4, 6....) per contare le espirazioni; quando si è giunti alla fine, si comincia da capo; il secondo consiste nel concentrare l'attenzione sulla respirazione senza contare, ma facendo attenzione, quando si inspira, soltanto all'inspirazione, e, quando si espira, solamente all'espirazione. Con questo metodo si elimina ogni altra preoccupazione e si raggiunge la pace interiore.

3) Il terzo mezzo per svuotare la mente dal pensiero razionale è l'uso del koan. Questo mezzo può essere abbinato allo shikantaza, cosicché non è esclusivo dello zen rinzai.
Il koan è un aneddoto che non ha un senso logico oppure è una domanda a cui non si può rispondere in maniera sensata. Chiede un maestro al discepolo: "Mostrami il tuo volto prima della nascita. Il maestro Hakuin batte le mani, poi alza una mano e chiede al discepolo: "Senti il rumore di una sola mano".
Qual è lo scopo del koan? è quello di umiliare la ragione e di mostrarne l'impotenza. In pratica, è quello di mettere il discepolo di fronte a un vicolo cieco e a una strada senza uscita, da cui deve cercare in ogni modo di uscire. Quando, dopo inutili sforzi, si accorgerà di non poter trovare una soluzione logica e quindi si convincerà di dover abbandonare la ragione logica, egli comincerà a praticare il koan nella maniera giusta, riflettendo giorno e notte su di esso con grande intensità fino a che diventerà egli stesso il koan. Continuando ad applicarsi, tutto a un tratto, il koan scomparirà dalla sua coscienza e questa si troverà completamente vuota. Basterà allora una qualsiasi occasione - un suono che colpisce l'udito, la vista di un oggetto, una sensazione forte - perché il suo spirito si apra a una "nuova visione" della realtà: è l'"illuminazione" (satorì). Questo consiste in una "nuova visione" delle cose, cioè nel vedere la realtà "come realmente è".
Infatti la realtà è unitaria, non duale, come appare al pensiero logico che distingue soggetto e oggetto, essere e non-essere, sì e no, l'io empirico e l'Io (o il Sé) assoluto. Chi giunge al satori vede la realtà non attraverso il pensiero logico, ma intuitivamente: non dunque come appare, in modo illusorio, attraverso lo schermo del pensiero discorsivo, ma come è realmente.
Libero da trascendenze e da speranze ultraterrene, lo Zen si volge all'attività comune e contingente dell'uomo, trasmutandola in manifestazione d'arte, poiché ricrea quel rapporto fra la forma e l'essenza che suscita il sentimento d'armonia con l'universo delle cose create. Lo Zen diede, come il Chan in Cina, grande impulso alle arti, all'architettura, ma fu nel foggiare lo spirito dei samurai che si affermò con maggior determinazione. In ciò eccelse la setta Rinzai (si usava dire il Rinzai è per i guerrieri, il Soto per gli agricoltori).   

In una società scossa da continue guerre civili, in cui l'immagine della morte era presente ad ogni passo, lo Zen, in tutte le sue forme praticate, come la cerimonia del the, il teatro No, l'esercizio delle arti marziali, lo shodo (calligrafia) ecc, operò per superare la paura della morte, fornendo il culto del bello, la contemplazione dell'armonia naturale anche nelle sue forme più precarie, in modo da consentire quella compostezza dell'animo che rende la vita sopportabile e, allo stesso tempo, rinunciabile.